La testimonianza di un malato di Covid-19

Ilaria Barone
Quel giorno, 11/3/2020, mi sono improvvisamente ritrovato nel bel mezzo della mia quotidianità’ spinta ai massimi impegni, catapultato nel problema di dimensione mondiale del Corona Virus.
Sono stato estirpato dal mio mondo in senso totale per entrare nella completa solitudine, isolato e accerchiato da tante figure spersonalizzate di attenti e pazienti specialisti, tutti astronauti in tenute azzurre o bianche, dedicati a salvarmi dall’attacco mortale del tremendo Virus.
In queste settimane tutto ciò che avevo imparato del mio mestiere, dalla vita e che faceva parte del mio geloso bagaglio professionale, non esisteva più.
Nulla di tutto questo esisteva più.
D’improvviso esistevo solo io, nel senso più esteso di solitudine, confuso, incazzato con l’invisibile da combattere, debilitato da sconforto,
bloccato da infinite azioni mediche invasive e con una stentata possibilità di minimo contatto telefonico con il mondo esterno.
Il mio mondo ridotto ad una stanza strumentale con un’unica visuale: il soffitto.
Per la maggior parte del tempo, solo, con le proprie paure di morire, di finire in rianimazione….
Circondato da moltitudine di ammalati giovani, meno giovani e anziani di ogni età, inguardabili per lo stato di demoralizzazione che trasmettevano.
Di tanto in tanto qualcuno veniva spostato, per quale meta chissà….., non per dimissione.
E si restava lì, nel proprio letto, a fare i conti con una marea montante di dolore che non trovava uno spazio dove posarsi e con una straziante insufficienza respiratoria.
Nessuno poteva mai essere autorizzato ad entrare, neanche per tenere la mano del morente nel suo ultimo stadio, perché il Covid non perdona e non guarda in faccia a nessuno e ci costringe a combattere soli, tutti soli.
Eppure, nel momento di massima solitudine che si viveva, non si è mai stati così tanto soli.
Invaso dal senso di pensieri come collettività, responsabilità civile, sepolte da decenni di idiozia e superficialità, tutto tornava nella mente per essere messo in discussione nelle tante riflessioni di lunghe giornate in camera.
Il personale ospedaliero, medici e infermieri, durante i loro turni massacranti, non riuscivano né a bere né a passarsi una mano sulla fronte, gesti comuni che sono vietati.
Sono tutti uguali, in questi giorni, indistinguibili gli uni dagli altri.
Ci si riconosceva dagli zoccoli, o dalla scritta del proprio nome col pennarello.
Si rischiava continuamente di dire ad un primario di andare a lavare un paziente o ad un assistente sanitario di visitare un malato.
Nessuno di loro stava lavorando con i propri colleghi. Tutti lavorano con tutti.
Non esistono più reparti di appartenenza, non più i propri ambulatori, non più l’attività elettiva, ridotta al minimo.
Solo alla fine del turno, quando finalmente si svestono, scoprono il proprio volto della persona con cui per ore si è lavorato gomito a gomito, aiutandosi e sostenendosi.
Un grande esercito azzurro, anche questo è un bell’insegnamento: l’azzeramento delle differenze.
Si comprende ora il perché dobbiamo stare tutti a casa. Perché il sistema deve reggere, e dobbiamo potere dare il massimo dell’assistenza a chi ne ha bisogno.
E’ una questione di numeri.
La responsabilità civile di ciascuno è di non ammalarsi. Poco importa se per noi sarà solo un raffreddore, perché nel frattempo avremo potuto contagiare qualcuno che avrà bisogno di una terapia intensiva.
Eccolo, il senso della collettività.
Non è, come qualcuno ha detto, una egoistica lotta per la sopravvivenza, è esattamente il contrario.
La dimostrazione che la collettività ha un senso, è che la rinuncia ad una parte della nostra libertà personale porta ad un bene superiore anche per noi, perché adesso abbiamo l’occasione drammatica e spero irripetibile di comprendere ciò che per secoli filosofi e pensatori hanno tentato di farci capire.
La semplice verità che ognuno di noi starà bene solo se staranno bene anche gli altri.
E.C.

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